
Poche scritture sono così intensamente speculari ai paesaggi da cui
sorgono come quelle latinoamericane del nostro secolo. Non è certo
una pura metafora affermare che la ricchezza di queste scritture è
la stessa della giungla tropicale: ricchezza paradossale e barocca, sontuosa
e malata, fatta di tinte assurde e di un'immensa putrefazione, di insostenibili
dolcezze e di agguati mortali. Piuttosto è l'insieme delle metafore,
e di tutte le figure del linguaggio, a esser messa senza tregua in gioco dall'incandescenza,
dalla voracità di una simile fornace creativa.
Su questo sfondo la poetessa brasiliana Márcia Theòphilo sa
ritagliarsi degli spazi fortemente personali, nutriti non solo da un'insaziabile
passione per i miti delle etnìe amazzoniche ma, insieme, da una nitidezza
singolarissima di visione.
In "Tristi tropici", scrive Lévi-Strauss che la foresta brasiliana
ha, rispetto alle nostre, un grado superiore di 'presenza': "come nei
paesaggi esotici di Henri Rousseau, le sue creature raggiungono la dignità
di oggetti". Anche i versi della Theòphilo sanno restituirci il
sortilegio struggente e inquietante dell'Amazzonia con tocchi plastici e netti
non per un desiderio di riportare la complessità infinita, degli esseri,
delle cose e dei gesti agli stilemi rassicuranti dell'esotico, ma per il bisogno
di testimoniare tutto ciņ che, nonostante questa complessità, sa sottrarsi
al rischio dell'informe e del caos, sa disegnare, dall'interno stesso della
grande Metamorfosi, figure arcane di bellezza e splendore.
Già nota in Italia per la raccolta "Io canto l'Amazzonia"
la Theòphilo è tornata da poco ad affacciarsi sulla nostra scena
letteraria con "I bambini giaguaro".
Tutto il mondo poetico della Theòphilo è fondato su un sentimento
vivissimo,. non simbolista ma primordiale, delle corrispondenze tra i fenomeni
'e il cuore pulsante dell'uomo:
«quando si agita una canzone
si muovono le acque
del fiume»;
«Quando la.
mente si oscura
perde colore anche il suono».
Come un secondo cuore più segreto, spesso tamburi battono tra le pieghe.
di questi versi increspandoli nelle cadenze di un messaggio dall'ignoto, dal
fondo senza fondo del tempo. Oppure flauti tracciano nel vento fili sottili
di colore: o è il vento stesso che raccoglie le tracce dei colori e
le scioglie, le porta a farsi ritmi, o sospiri, o sensi. In questa tramatura
di analogie e di riflessi nessun valore è riservato al sentimento dell'ego:
nessuna presunzione di autonomia, di distanza della mente dalle cose ha più
diritto di cittadinanza qui, dove «s'intrecciano serpenti e pensieri»,
dove la bellezza di schiude e si offre in «un riso di frutta»,
in «un corpo di brezza», in «capelli di fili di fumo».
Grappoli iridescenti d'immagini s'inseguono nello spazio della visione come
onde elastiche, come cascate di doni magici o divini:
«Cavalli, nidi, uccelli. farfalle,
legni, monti,
rami, sfere, fiumi, ruscelli».
Mai il dominio vaporoso del possibile aveva raggiunto tanta forza tattile:
la densità dei frutti più succosi, la fragranza delle polpe
più ricolme di luci.
Ma non è certo un eden ritrovato che l'opera della Theòphilo,
nel suo insieme, dispiega. Minacce, cavità d'ombra, gorghi sabbiosi
attraversano l'anima della foresta sospendendola al rintocco di un'inquietudine
fatale, alla necessità di un brivido profondo, immenso. Nel volto stesso
del divino, che in mille modi si vela e si svela, come non scorgere i lineamenti
ambigui dell' 'altro' da ogni nome, da ogni culto, del regno delle larve,
dei fantasmi, dei demoni? Ogni immagine ha in sé, dunque, una forza
doppia, liberatoria e vischiosa: ogni suono è danza, onda, bagliore,
e insieme eco ipnotica o medusèa, come la voce di Yara, la divinità
delle acque il cui «canto che non finisce» trascina gli incauti
negli abissi .
Ma una voce ancor più terribile è quella che, a un certo punto,
giunge a scuotere la foresta nelle sue fondamenta, a scardinarne le leggi
e le ragioni: la voce della Storia che avanza, tutto distruggendo al suo passaggio
con un frastuono di seghe e di asce, «macchina che beve il sangue»
della vita. Niente sembra in grado di resistere all'urto di questa forza cieca
e mostruosa, ma è proprio allora che, dal groviglio della foresta,
torna la dea Giaguaro, la più antica tra le dee, colei che sta «sul
ramo più alto del sogno» poiché tutto sa e vede. Ai suoi
figli - i bambini giaguaro appunto - sarà delegato un compito decisivo:
condannati dalla Storia all'esodo nelle città, solo essi potranno tentare
di diffondere, tra le vie di un mondo soffocato e ottuso, le voci, i canti,
i suoni, lo spirito della foresta: il respiro del sacro,
«il vento che tramuta
in uccello la foglia»,
la tenerezza amorosa della ninfea che
«apre i suoi petali ogni notte
per essere baciata dalla luna»,
la musica lenta dei fiumi, il verde che
«non appartiene ai sentimenti
ma all'acqua, alla carne»,
il dialogo degli uccelli con le anime o delle piante con il cielo. Solo da questa banda di creature leggere, cui è dato scorgere ciņ che noi non vediamo, potrà forse scaturire sulla terra, un giorno di danze e di fuochi azzurri, «l'inizio di un nuovo pensiero».
Paolo Lagazzi
Gazzetta di Parma 26-10-1997
e nel libro "Dentro il pensiero del mondo" di Paolo Lagazzi
ed. L'Albatro, 2000
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