
Poeta, antropologa, saggista, giornalista, critica d'arte Márcia Theóphilo
vive da qualche tempo a Roma. È così diversa dagli intellettuali
e poeti nostrani, che affollano centri culturali e convegni assumendo, come
seconda natura, le vie indirette, le deformazioni del pensiero occidentale,
che incontrarla rappresenta un evento. Marcia ha un dono raro tra i poeti:
sa leggere le sue poesie. Le leggi con tutta se stessa, corpo, capelli, occhi,
bocca. Fa vibrare all'unisono il suo io con l'armonia del cosmo. Sorride e
sogna, scava fossette nel volto di bambina. S'immerge nella zona misteriosa
da cui scaturisce la fonte magica dell'arte. Il volto diventa serio, concentrato,
intenso come quello di una vecchia che ha molto amato, che ha sofferto e vissuto.
Quando la conosci scopri che questa donna è come appare, che è
come la sua poesia: forte, diretta, tenera, coraggiosa. Nel 1983 ha pubblicato
in Italia «Catuetê Curupira», il suo ultimo libro di versi.
Camminare tra le sue parole, tra vocali, sillabe, consonanti significa, come
per Marquez, inoltrarsi nella giungla, udire suoni, vedere colori, immergersi
nelle acque. La sua opera è infatti caratterizzata da un profondo processo
di identificazione con la natura e col cosmo anche se gli studi e la permanenza
in Italia hanno contribuito a formare il suo pensiero, il suo modo di esprimersi
secondo schemi occidentali. Da alcuni anni l'Europa assiste ad una massiccia
immigrazione di artisti sudamericani. Sono pittori e scultori. Sono poeti.
Il Sudamerica arriva in Europa per fare trasfusioni di sangue al gigante asfittico,
malato di intellettualismo, dominato dalla macchina, stritolato e despirtualizzato
dalla dittatura degli oggetti. Un mondo dove la tecnologia e la scienza imperano
e l'arte, obbligata dalle avanguardie degli ultimi 20 anni a ridurre l'uomo
a solo pensiero, a far entrare nel suo ambito la filosofia, trasformandola
in pensiero dell'arte, boccheggia, in una panorama di cibi e aria contaminata,
di istinti addomesticati, di cervelli confusi, malati di conformismo.
Si tratta di un interscambio culturale molto vivo e continuo tra Europa e
Sudamerica, perché spesso gli artisti non risiedono definitivamente
in Europa ma migrano tra un continente e l'altro attuando un proficuo rapporto
di osmosi tra una cultura sofisticata e una primigenia di cui, per motivi
opposti, il Sudamerica e l'Europa hanno bisogno.
Come e quando è nato «Catuetê Curupira» e cosa rappresenta
per tela poesia?
«Questo libro è nato in Brasile. Nel 1979 sono tornata nella
mia terra dopo aver studiato, dopo aver cercato di migliorare la mia cultura
in Italia, dove mi sono laureata presso l'Università di Scienze Sociali
di Roma.
Tornata in Brasile ho pensato: non ho più niente da imparare in Europa,
devo imparare in Brasile, riscoprire le mie radici.
Il contenuto di «Catuetê» era già in elaborazione
dentro di me ed è venuto alla luce migrando da un continente all'altro.
La poesia è la mia compagna, la mia seconda pelle, la mia preghiera.
Si fonde coi miti e i riti del Brasile, con quella cultura mistico sensuale.
Da sempre vado scrivendo questo tipo di versi. Ho pubblicato un piccolo libro
di canzoni liriche tradotto da Rafael Alberti che attinge linfa dai rituali
afrobrasiliani». Il padre di Marcia è nato nella Selva Amazzonica,
in questa parte ancora sconosciuta della terra che cela segreti per antropologi
ed archeologi. Dalla sua poesia ecco emergere dee delle acque benefiche e
terrifiche, donne i cui capelli diventano alghe, elfi e folletti della foresta,
i colori più svariati di cui questa terra è ricca e un senso
di profonda ribellione, l'urlo di una natura violentata e contaminata dalla
civiltà. I poeti italiani ed europei, eccetto casi rarissimi, hanno
perso questo senso vitale della natura che emana dalle poesie di Marcia Theóphilo.
Là nostra civiltà mentre uccide ogni giorno di più la
natura deforma il suo pensiero in forme contorte, indirette e troppo mentali.
Negli anni ‘30 e ‘40 il profeta del teatro contemporaneo Antonin Artaud e
Simone Veil avevano già intuito che l'Europa, per sopravvivere alla
crisi dei suoi valori, avrebbe avuto bisogno dell'ossigeno di altre culture
non ancora contaminate. Simone Veil indicava l'Oriente, la sua spiritualità,
Artaud il Messico dove si recò nel 1936 per attingere tra le tribù
primitive dei Tarahumara, quell'istinto di vita che l'Europa andava perdendo
mentre si incamminava in forme di civiltà sempre più complesse,
ogni giorno più distanti, dalla natura primigenia dell'uomo».
Perché l'Oriente e il Sudamerica? In particolare in cosa affonda radici
la vitalità della tua poesia? Nel fatto che il tuo popolo non ha ancora
perso il contatto con la natura?
«Nel mio libro «Gli Indios del Brasile» sottolineo che queste
popolazioni discendenti da quelle precolombiane con usi e costumi del tutto
distinti da quelli della moderna popolazione brasiliana, si ritiene siano
giunte in America del Sud migrando, in tempi antichissimi, dall'Oriente. Si
tratta di un'ipotesi, contrastata da quanti credono che gli Indios siano popolazioni
autoctone. Ma se è valida è una conferma delle intuizioni di
Simone Veil e di Artaud. La vitalità della mia poesia penso si debba
non solo al contatto che noi abbiamo con la natura e che da voi si va perdendo.
Esistono altri fattori più complessi. È vero, nel 1500 quando
i portoghesi conquistarono il Brasile, le popolazioni indigene giravano ancora
nude mentre in Europa già da secoli si indossavano i vestiti. Non devi
dimenticare che la vitalità della mia poesia scaturisce pur sempre
dal secolo in cui viviamo. Nel frattempo le cose sono profondamente cambiate.
Questa vitalità nasce dal coesistere di due elementi estremamente contrastanti:
il primigenio e l'ultramoderno. Nasce da tutto un »humus» antropologico
che voi non avete. Da noi i fenomeni sono esasperati. C'è Brasilia,
l'ammasso infernale di cemento che è San Paolo, c'è Rio de Janeiro
e il suo carattere cosmopolita. Ma, a un kilometro dalle città e dai
grattacieli, ecco la giungla, animali in libertà, acque incontaminate,
grandi spazi. Abbiamo tutto quello che avete voi, la tecnologia, la società
dell'immagine, delle notizie, dei mass media più una cultura primitiva
che da voi è scomparsa come è scomparso il verde, relegato in
quelle esigue isole protette che sono i parchi nazionali, distanti non un
kilometro ma mille kilometri dalle grandi città.
La vitalità della mia poesia nasce dall'enorme contrasto tra città
ultramoderne, con sofisticata tecnologia e la giungla, con società
arcaico medievali che ancora si possono trovare nelle vicinanze dei mostruosi
agglomerati urbani. Da voi anche la natura è programmata e un palazzo
è più importante di un albero. La cultura europea si è
persa. È disorientata, smarrita, deve ritrovare le sue radici. La vostra
cultura è meno viva della nostra perché si nutre di parole.
Oggi è in mano non più alla vera poesia e alla vera pittura.
È in mano ai giornalisti, ai critici, agli scrittori di saggi. Mangiate
troppe notizie e non fate in tempo a digerirle».
Grazia Lago
L’Umanità 1 marzo 1984
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