Nota bio-bibliografica
Nata a Fortaleza in Brasile, Marcia Theophilo ha studiato in Brasile e
in Italia, dove si è laureata in Antropologia e oggi rappresenta
l'Unione brasiliana degli scrittori.
Dal '68 al '71 svolge una intensa attività di giornalista e critico
d'arte a San Paolo, scrive poesie per i suoi cataloghi e piccoli saggi,
coltivando la relazione tra poesia e arte visiva, pubblica un libro di racconti.
Ma il Brasile ha un regime dittatoriale e militare che le toglie la libertà
di studiare e scrivere per cui nel '72 parte per l'Italia sentendosi un'esule.
A Roma non soltanto studia, ma incontra, attraverso il poeta brasiliano
Murilo Mendes, Ruggero Jacobbi - raffinato italianista e critico letterario,
che nel '74 fIrma la prefazione e la traduzione del suo primo libro di poesia,
e Rafael Alberti con cui stabilisce un solido rapporto di amicizia e lavoro,
fondato sia sull' impegno politico sia sulla condivisione delle scelte artistiche,
prima fra tutte la compresenza di pittura e poesia in una sintesi che anima
i versi con le immagini e che resta una sua cifra stilistica, come dimostra
la preziosa e bellissima edizione numerata del 2000.
In quegli anni partecipa a reading europei "che consentono di comunicare
con il grande pubblico" e dà alle stampe Siamo pensiero,
Basta che parlino le voci, Canções de Outono (poesia);
saggi sulla condizione degli Indios in Brasile, Arapuca (piéce
teatrale).
Nel '79, quando inizia il processo di democratizzazione del Brasile, per
due anni torna in patria, partecipa al Movimento per la democrazia, e, non
perdendo i suoi legami con l'Italia, è corrispondente della rivista
Noi donne. Al ritorno a Roma, organizza scambi culturali tra i due
paesi, incontri di poesia, partecipa alla fondazione della rivista Minerva,
dirige a lungo il Centro culturale Donna poesia, rappresenta il Brasile
nel Centro internazionale Alberto Moravia diretto da Dacia Maraini.
E "naturalmente" pubblica poesie, piéce teatrali, vince
premi letterari, si traduce da sé ed è tra i candidati al
Nobel. Il suo impegno maggiore e costante è rivolto alla difesa della
foresta amazzonica: "la maggior parte delle persone non ha capito cosa
rappresenta una foresta come quella amazzonica per il mondo intero, per
l'aria che respiriamo tutti, anche chi vive dall'altra parte del pianeta."
Fin qui, molto sinteticamente la nota bio-bibliografica di Marcia Theophilo.
Marcia Theophilo
Per dire di lei, ricorro alla riflessione (sul concetto platonico dell'anima
e della memoria) di uno dei nostri maestri del 900:
"Un solo documento ci interessa sempre e riesce nuovo: ciò che
sapevamo fin da bambini. Perché davvero nella infanzia eravamo un'altra
cosa."
Ed è questo che fa Marcia, poeta (e) antropologa per vocazione e
fedeltà alla vocazione. Alle origini, alla terra all'essere nel/al
mondo. Ai racconti, ai miti e alla sapienza della nonna patema, all' Amazzonia:
paradiso e centro del loro universo.
Fedeltà e vocazione per una parola trasmessa con la forza della tradizione
orale, corporea e sonora, consapevole che le etimologie sono le cose stesse.
Se l'antropologa ricostruisce quella sapienza con l'indagine, gli strumenti
della scienza, lo studio e il confronto, l'analisi dei dati, i comportamenti,
le contiguità le parentele le prossimità le differenze ecc,
la narratrice di miti ritorna agli archetipi e all'origine (femminile),
alla parola che si fa corpo, alla voce che riprende quelle parole e ne re-inventa,
alla lettera discopre e porta alla luce, i suoni e il respiro, la poesia,
insomma.
Amazzonia respiro del mondo
Quando ho avuto tra le mani Amazzonia respiro del mondo, non sapevo
nulla di Marcia Theophilo.
La poesia, si sa, è una ben strana creatura: è ventura, semplice
fortuna, occasione accidentale incontrare quella dei nostri contemporanei.
La possibilità di incontrarla sovente dipende dalla forza e visibilità
della casa editrice, raramente da un passa parola; ma se il prefatore è
Mario Luzi; se contiene una poesia di Rafael Alberti; se la quarta di copertina
avverte che il testo bilingue è tradotto dall'autore stesso allora
è l'istinto a muovere la curiosità di noi lettori e a permettere
l'incontro.
Così ho trovato Amazzonia respiro del mondo, che si fa leggere
d'un fiato, con la forza dei poemi del mito, emozionando intensamente, stordendo
di nomi e suoni e forme e colori, in una sorta di danza ortica, magica e
rituale.
Non sono i significati a colpire, ma questi protagonisti parlanti: alberi
fiori frutti, "le donne" che "sfiorando con i piedi le rive
del fiume", "portano i cesti con la manioca", il guerriero
Kuambu che, al passaggio di Kupaùba, ancora fanciulla, sente "un
fiume immaginario" percorrergli la mente: è una corrente che
trascina / in sé tutti i fiumi della terra", una purissima forza
panica
A colpire è proprio il racconto della cosmogonia, del farsi della
vita, della ambiguità rapinosa della purezza e della sua violazione,
della scansione e del nitore delle immagini, degli elementi sorpresi e ripresi
nel loro movimento. Di una continua coincidenza degli opposti.
La prima lettura (almeno questa è stata la mia) è imprecisa,
impaziente, quasi ipnotica. I nomi si scorrono e si pronunciano malamente,
ma i loro suoni rimangono impressi e colpiscono con un ritmo ossessivo,
a volte orgiastico. Lo spazio e il tempo con- suonano al presente. Tutto
è il presente: come la vita vivente.
Mi sono accorta che in quella prima lettura non avevo capito ma sentito
quello che l'autrice chiama "respiro del mondo" e che la poesia
come il mito è prima di tutto aria che si fa respiro e parola, traduzione
e simbolo non di ciò che è avvenuto, ma avviene, mentre avviene
(e noi lettori dovremmo imparare a diventare lenti quasi come i poeti che
la scrivono) Allora i testi si aprono come ostriche e scopriamo che un poema
come questo non è racconto del mito per conservare la tradizione,
ma la sua re-invenzione. Come nascesse in quel momento. E quel poema diventa
altro ancora: la dolorosa quasi gridata denuncia dello scempio compiuto
dalla storia, dal suo passaggio quotidiano e inconsulto che tutto corrode
corrompe e dimentica.
L' incipit è luminoso sicuro e stentoreo: "noi alberi viviamo",
poi a folate irrompe la follia umana, l'avidità, la pianificazione
del profitto (è questa la storia) e l'exit è terribile: "un
esercito di formiche in fila trasporta le anime come foglie".
La storia contro il mito, la realtà contro le "favole"?
E la realtà è necessariamente anche la verità per cui
la mitologia, racconto favoloso e stravagante non può che soccombere?
E se invece fosse una sapienza radicata nel profondo di tutti e di ciascuno?
E la poesia tornasse quello che era in origine: la voce e il linguaggio
simbolico di quella conoscenza che noi abbiamo dimenticato? Il poeta non
racconta, ma evoca e costruisce l'universo dimenticato, rifondando gli archetipi.
In questo è memoria e ricordo, non nostalgico ritorno al passato.
Non avere memoria consente di distruggere ogni possibile futuro. Senza sensi
di colpa e senza punizioni. La vocazione poetica di Marcia Theophilo ancora
una volta per fedeltà si traduce in impegno politico e sociale in
difesa della foresta amazzonica, patrimonio del mondo intero, quotidianamente
distrutta da un piano scientifico di distruzione.
"Fratello albero, sorella Dorothy Stang"
"Fratello albero, sorella Dorothy Stang" che - con i corsivi disegnati
dall'editore Tallone, - autrice ha scritto per il Festival testimoniano questo
impegno e la sua denuncia. Con lo stesso editore, che nel '49 inventò
l'omonimo carattere tipografico e continua a stampare con l'arte degli antichi
tipografi, nel 2000 Marcia ha pubblicato Kupahuba Albero dello Spirito
Santo - Il canto della Foresta Amazzonica. Un volume composto a mano con
i caratteri originali settecenteschi di William Caslon, in 320 esemplari.
Il volume impreziosito da un' acquaforte originale di Aldo Turchiaro è,
come scrive lo stesso Tallone inviandone una copia omaggio alla organizzazione
del Festival, un grido d'amore e di dolore in difesa della foresta amazzonica.
Anche in questo. caso, Marcia Theophilo non rinuncia alla bellezza, all'idea
fondamentale che etica ed estetica sono inscindibili. Un'idea radicata nella
voce dell'Amazzonia esattamente come nella voce antica della nostra prima
poesia. Che si tratti di un patrimonio universale?
Elia Malagò