
Roma è una città che non sa decidersi fra uno sfarzoso
cosmopolitismo e uno svagato e miope provincialismo. (...)
La «distrazione» di Roma nei riguardi dei suoi ospiti più
prestigiosi è al tempo stesso scandalosa e comica. (…)E basta leggere
le memorie dei viaggiatori dei Settecento o dell'Ottocento per vedere
che anche allora era così. Goethe(…) ha annotato anche lui la mancanza
di interesse e di curiosità per lo straniero.
C'è una specie di disattenzione elegante, una frettolosa sottile
intolleranza nei riguardi degli ospiti «con bagaglio» e per
bagaglio intendo talento, genialità, prestigio, vigore espressivo,
fama. (…)
Questi sono i ragionamenti che mi vengono in mente leggendo il libro di
una poetessa brasiliana da anni ospite della nostra città, da anni
intenta a intessere una fitta tela di scambi fra il suo e il nostro paese,
senza suscitare l'interesse che meriterebbe.
Parlo di Márcia Theóphilo, venuta in Italia nel '71(…)
(che)oggi pubblica un libro di poesie dal titolo "Io canto l'Amazzonia".
In questo libro i nomi, come dice Roland Barthes, hanno un valore iniziatico.
Poiché i nomi hanno poteri diversi: possono farci 'essenzializzare
le idee', possono darci la capacità dì «citare l'infinito»
e possono farci «esplorare il passato». Il nome è in
un certo senso «la forma linguistica della reminiscenza».
Nella poesia di Márcia non si incontrano nomi vaghi e comuni in
cui tutti possano riconoscersi, ma nomi corposi, mai sentiti, inconfondibili,
lontani e bellissimi. Sono i nomi delle grandi divinità che proteggono
le foreste, i fiumi, sono i nomi degli abitatori delle notti brasiliane,
i nomi dei genii benigni e maligni che percorrono ancora oggi le periferie
delle grandi città amazzoniche.
Qualcuno potrebbe parlare di esotismo. Ma l'esotismo presuppone un mondo
lontano e sconosciuto alonato da desideri impossibili. Nel caso di Márcia
Theóphilo l'esotismo è escluso perché questi nomi
le appartengono di diritto, sono i nomi del suo universo mnemonico, della
sua vita quotidiana di brasiliana in volontario esilio.
Mandù Sararà, Yací, Uruparí, Ubirajara, quanti
nomi che suonano come musiche sconosciute ai nostri orecchi! E ci viene
in mente che il nome, come dice Barthes, è un «segno voluminoso»,
un segno «sempre gravido», fitto di significati che nessuno
può ridurre o appiattire.
Questi nomi che incontriamo nel cammino verso il mondo delle Amazzoni
hanno appunto questo significato di maternità, di nutrimento. Essi
suscitano nel lettore, attraverso l'uso sapiente delle sillabe e delle
vocali il sentimento del ritmo e dell'attesa. Una poesia di memoria? Anche.
Essa nasce da una forte memoria primitiva che conosce i fantasmi delle
notti senza luna e la paura del futuro, le invocazioni della magia e le
aeree creature che abitano le preghiere. del mattino, i Pixote, i Buruti,
gli Yanoa, i Mapinguarí che cantano nelle nostre orecchie con la
voce un poco inquietante dei misteriosi uccelli tropicali. Eppure, avvicinandosi
alla città, si ha l'impressione che gli stessi uccelli che ieri
mettevano paura, oggi siano presi essi stessi da terrore...
«I bulldozer avanzano
luci lo abbagliano
pensieri feroci lo attraversano...
Scesa la notte Urutau
sceglie il nuovo territorio
Non più eterno, vivrà giorno per giorno
Urtau uccello disperso
il tuo bosco è tra i grattacieli
tra i muri di cemento
è il tuo nido».
É anche un libro, questo delle poesie amazzoniche, che potremmo chiamare dei grandi cambiamenti naturali: da uccello a cane, da giaguaro a topo, da creatura della notte a disperato abitatore di anfratti cittadini, il mondo dell'Amazzonia sembra disfarsi, disperdersi sotto i nostri occhi pur mantenendo l'incanto dei suoi antichi nomi, rimasti ormai solo sogni a occhi aperti:
«Iuruparí dio del sogno
i sogni che sono dentro di noi
non sono ciò che la nostra fantasia inventa
sono concreti e hanno colore
i sogni ci atterriscono
i sogni ci fanno felici
ci insegnano a vivere con noi
ci tormentano, ci indicano i percorsi, i sogni aprono le porte
e noi voliamo per terre sconosciute
Iuruparí, voglio volare sulle ali di Iuruparí»...
Dacia Maraini,
L'Unità 4/1/1993