di Renato Minore
Mitizzazione dell'ombelico del mondo, delle foreste sempiterne che rischiano il collasso. Acuta capacità di trasformarlo in oggetto della narrazione. Sintesi estrema nel raccontare un dramma e insieme la bellezza multiforme di un paradiso. La poesia di Marcia Theophilo parte dalla terra, dalla foresta amazzonica. Nei suoi versi (è appena uscito Amazzonia, madre d'acqua - Passigli,168 pagine, 15 euro) è forte mente presente il respiro sommesso della foresta, che si lascia “ferire” tutti i giorni dai fiumi. L'acqua: lungo, immenso fiume dove scorrono e si ritrovano i destini umani. Nelle acque dei mari che attraversano la terra si raccontano il passato e il presente dei popoli. La magia dell'acqua si fonde a quella del racconto nel ritratto fedele dello scorrere dei mondi, l'acqua è un congiungimento primitivo con il mondo dei trapassati. E insieme un completamento della vita. Marcia Theophilo riporta l’arcaico canto delle acque che in Brasile risuona fin dentro le case, nelle orecchie, nel vissuto di ognuno. In un originale sincretismo religioso, il dio fiume si allea con il dio dei cieli, preghiera affascinante e vividissima. Tornano antiche creature che abitano le acque, dalle ninfe alle regine dei mari. Le voci sono tutt'uno con le preghiere degli abitanti della terra. Un unico respiro che costituisce il senso profondo della poesia, il campo di tensione del verso e della strofa.
Il mondo verde (ancora verde) della Theophilo è l'umanizzazione di un mito, quasi un inno panteistico alla natura e alla sua anima. È la luce screziata dei paradisi tropicali, quella che unisce il mito alla voce, alla sua concretizzazione. È l'unione e la sintesi di corpo e anima, una fusione sigillata anche dalla lingua portoghese, che, come ha scritto Raphael Alberti, «si sposa carnalmente nel sogno con il racconto vivo della mitologia amazzonica, generando una celebrazione arcana che supera e mitiga per sempre la paradossalità iniziale del rovesciarsi del segni».
R.M.